Recensione - Annabelle 3 (Annabelle Comes Home) di Gary Dauberman

Chi mi segue saprà della mia particolare passione per tutto l’universo The Conjuring e per quel mastodontico autore che è James Wan, ma devo obiettivamente riconoscere che nei suoi vari spin-off questa saga ha vissuto notevoli alti e bassi. In questo caso ci troviamo davanti sicuramente a un capitolo indolore da un punto di vista narrativo, ma particolarmente riuscito come prodotto a sé stante (con alcune piccole pecche).

Massì, Lorreine, portiamo questa bambola demoniaca a casa. Che sarà mai!

Massì, Lorreine, portiamo questa bambola demoniaca a casa. Che sarà mai!

Annabelle comes home (titolo in originale) è il terzo capitolo della saga dedicata alla bambola più terrificante dell’universo narrativo dei Warren (i coniugi indagatori dell’occulto della saga principale). Le sue fattezze e la sua storia hanno iniziato a fare capolino nell’immaginario collettivo già dal primo capitolo, The Conjuring (l’Evocazione in Italia), e fin da subito è entrata a far parte di diritto nel pantheon dell’iconografia horror dei nostri tempi. Non è un caso che quel film si aprisse proprio con l’introduzione di Annabelle, la quale serviva da prologo per farci entrare nelle vite dei nostri protagonisti. L’intera saga è infatti piena di personaggi, mostri, demoni più o meno minori, in grado di avere un proprio franchise dedicato. In alcuni casi si è riusciti a sviluppare questi progetti, in altri (forse fortunatamente) meno, ma sicuramente con Annabelle ci troviamo davanti a un esempio virtuoso.

Il film si colloca esattamente tra gli eventi del primo e del secondo film, con un antefatto che in realtà anticipa il primo The Conjuing. I coniugi Warren recuperano la bambola Annabelle da una famiglia che decide di disfarsene. Nel sigillarla nella famosa cantina della loro casa dove sono riposti i vari artefatti demoniaci, devono effettuare dei rituali particolari data la potenza dello spirito in essa celato. Già da qui si capisce che le cose non andranno bene. E infatti, quando Ed e Lorraine dovranno recarsi fuori città per un caso, lasceranno la piccola Judy (già vista e per altro vittima del lavoro dei propri genitori in The Conjuring) nelle mani della dolcissima Mary Ellen, babysitter affezionatissima alla piccola. Con gli indagatori dell’incubo lontani da casa, Daniela, l’amica di Mary Ellen, talmente incuriosita e affascinata dalle dicerie sull’occupazione di quella famiglia, decide di irrompere nell’abitazione per curiosare. Finirà (indovinate un po’) a liberare proprio Annabelle dalla sua teca di protezione (per noi). L’evento scatenerà i vari spiriti imprigionati nella cantina dei Warren e le tre giovani ragazze dovranno sopravvivere armandosi di coraggio e con l’aiuto del goffissimo spasimante di Mary Ellen, Bob (soprannominato “ha le palle”).

Da sx: Madison Iseman (la babysitter Mary Ellen), Katie Sarife (la sua amica Daniela Rios), Mckenna Grace (la piccola Judy Warren)

Da sx: Madison Iseman (la babysitter Mary Ellen), Katie Sarife (la sua amica Daniela Rios), Mckenna Grace (la piccola Judy Warren)

Il primo Annabelle del 2014, con alla regia John R. Lionetti, è sicuramente il capitolo più debole della trilogia, ed è uscito seguendo quasi immediatamente il del primo The Conjuring (2013). Sebbene abbia riscontrato un certo successo al botteghino, risulta un film troppo slegato dallo stile e dalle atmosfere della saga principale. Insomma, non si era trovata ancora una linea editoriale decisa. Con Annabelle 2: Creation (2017) di David F. Samberg si è aggiustato decisamente il tiro. Come per il primo capitolo anche questo sequel ha seguito di un anno un’entrata della saga principale, The Conjuring 2: Il Caso Einfield (2016), ma diversamente dal primo Annabelle qui c’è stata una ricerca più fine di una propria strada. La caratteristica principe dell’intero progetto imbastito da James Wan consiste nel giocare con gli stilemi di genere e Samberg, reso famoso dall’esperimento Lights Out, si conferma un regista in grado di mettersi alla prova e affermare la propria autorialità. Ne viene fuori sicuramente un film piacevole e originale, che riesce a stare in piedi sulle proprie gambe. Insomma una vera e propria prova di maturità per il franchise spin-off.

Con questo terzo capitolo è avvenuta a mio modo di vedere una vera consacrazione. La scelta di affidare scrittura e regia a Gary Dauberman è stato senza dubbio felice. Si tratta infatti di un fedelissimo della saga, già scrittore dei primi due capitoli, nonché sceneggiatore sul pessimo The Nun e produttore su The Curse of La Llorona. Come se non bastasse, è stato uno degli autori della sceneggiatura di entrambi i capitoli del remake di It, di Andy Muschietti. Insomma, un vero e proprio veterano del genere e in particolare di questo universo narrativo, quindi il perfetto candidato per questo capitolo finale (?) della trilogia di Annabelle. Oltre tutto in questo caso fa il suo debutto alla regia e lo fa con estrema maestria.

Un, due, tre…Stella!

Un, due, tre…Stella!

Annabelle 3 è infatti un film ricco di meccanismi, narrativi e tecnici. Questo aspetto è vitale nel cinema di James Wan, ovvero quella capacità di creare dei costrutti narrativi e pratici in grado di tenere incollato lo spettatore allo schermo. L’esempio più calzante è quello dell’intera saga di Saw l’enigmista, che si basa proprio sull’ingegnosità delle trappole di Jigsaw. In questo film, Dauberman fa ricorso a degli stratagemmi tipici del cinema horror, senza però risultare mai stucchevole e anzi gioca continuamente con i cliché del genere, portandoci fuori strada in diverse occasioni. Ovviamente il più riuscito di questi risiede proprio nel modo in cui si utilizza la bambola protagonista. Annabelle non si muove, non fa attivamente nulla, eppure la sua sola presenza, l’imprevedibilità dei modi in cui attiva gli spiriti malvagi presenti nella casa dei Warren, risulta l’aspetto più spaventoso del film. Va detto che quando invece ricorre ai più classici jump scare lo fa comunque con garbo, senza strafare. La sua è una regia piena d’amore per il proprio film e per la saga principale, anche e soprattutto per la risoluzione dei vari conflitti in puro stile The Conjuring. Qui l’horror è un pretesto per parlare d’altro, il che, in un film evidentemente nato per monetizzare e intrattenere nell’attesa della portata principale, non può che rappresentare un grande punto di forza.

Sul cast c’è poco da dire, sono tutti molto in parte e svolgono un lavoro egregio, riuscendo a gestire bene i toni e i tempi del racconto. Ci troviamo davanti a un gruppo di attori molto moooooooolto giovane e quindi già che risultino credibili in una pellicola del genere dice molto. Il regista e scrittore è stato poi furbo (vuol dire bravo, gente) a creare una giusta commistione di toni all’interno del film, in modo da poter gestire il proprio cast senza abusare di questo o quell’altro aspetto. Il trasporto con cui queste attrici recitano (tra i protagonisti c’è solo un ragazzo che funge principalmente da stratagemma comico), restituisce al film una carica emotiva che per certi versi mi ha spiazzato e che mi ha portato a godere del prodotto con vero e proprio divertimento.

L’atmosfera generale della piccola è molto intrigante. Il setting da una parte fa l’occhiolino alle avventure dei Warren, con la loro gravitas unita a tanto cuore, dall’altra prende a piene mani da un certo tipo di commedia giovanile/liceale, ma per il bene del film Dauberman ha saputo ben gestire tutte queste componenti. Il fatto che in un film di questo genere ci si riesca a divertire, spaventare e commuovere in egual misura, rendono il prodotto un assoluto successo a mio modo di vedere.

L’alto numero di personaggi e “mostri” creati per questa pellicola poi testimonia come l’universo The Conjuring sia in continua espansione e movimento. Non tutte le creazioni in questo caso e va detto risultano riuscite, ma si ha la netta sensazione che quelli di New Line proveranno in futuro a proporcele in altre avventure.

Vi voglio un gran bene, ma forse è il caso di smetterla di lasciare vostra figlia da sola in casa…

Vi voglio un gran bene, ma forse è il caso di smetterla di lasciare vostra figlia da sola in casa…

L’importante è che si continuino a raccontare le storie dei coniugi Ed e Lorrein Warren, che anche quando non sono in scena per la maggior parte della pellicola, come in questo film, riescono lo stesso a permeare l’intera storia con la loro essenza. Ad oggi sono ancora la coppia cinematografica più bella della nostra epoca.

Speriamo lo possano essere ancora a lungo, finché Annabelle non li separi!