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Recensione - It, Capitolo 2 di Andy Muschietti

Esattamente due anni dopo l’uscita nelle sale del remake di It, già fortunata mini serie tv del 1990, adattamento del seminale romanzo di Stephen King omonimo, il 5 Settembre 2019 è uscito nelle sale italiane It, Capitolo 2. Alla regia c’è sempre Andy Muschietti e torna anche il cast dei giovani protagonisti del primo capitolo, questa volta tramite flashback. Siamo infatti trasportati 27 anni dopo le vicende della prima parte, che tanto successo ha riscosso in giro per il mondo, diventando il più grande incasso di sempre per una pellicola del genere horror.

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Dovrebbe essere un film con diversi divieti questo secondo capitolo, eppure è evidente come la scelta di girare in momenti diversi abbia contribuito a perdere un po’ di quella freschezza e originalità che tanto mi avevano colpito nella prima parte. È un film questo molto più consapevole della propria forza, meno azzardato, molto più paraculo. Complice anche lo spostamento temporale dovuto alla storia stessa, risulta difficile temere per i nostri protagonisti alla stessa maniera in cui lo si faceva per i giovani membri del Club dei Perdenti. Oltre tutto questi ultimi nelle sequenze flashback sono evidentemente troppo cresciuti ora per interpretare lo stesso ruolo di due o tre anni prima, problema al quale si è ovviato con un’impacciata CGI. Cioè, per capirci, non fa poi tanta paura.

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L’utilizzo eccessivo della computer grafica non rovina soltanto i flashback, ma purtroppo contribuisce a creare un’ulteriore distanza con la messa in scena, cosa che nel primo capitolo non avveniva anche con le creature o i meccanismi horror più fantasiosi. D’altra parte però bisogna anche dire che la difficoltà in questa seconda parte era effettivamente maggiore, proprio per delle scelte derivanti dal libro che seppur trasposte adeguatamente, avrebbero costretto a meno effetti speciali e più digitali.

It Capitolo 2 soffre soprattutto di quella sindrome presente anche nel suo predecessore, ovvero un ritmo strano, meccanico, fondato su tante scene e sequenze a sé stanti, quasi fosse composto da un concatenarsi di tanti trailer. Ma se nella prima parte questo aspetto contribuiva narrativamente a sottolineare la necessità della coesione del gruppo dei ragazzini, con il nuovo cast sembra quasi casuale. È un aspetto questo che nel libro era approfondito ovviamente in maniera diversa, per cui le difficoltà che incontriamo in quanti adulti nel ricordare, o nello spaventarci, erano al centro di tutti i capitoli dedicati ai protagonisti da adulti. Volendo tradurre quello che sto cercando di dire, qui sembra di trovarsi catapultati in uno strano sogno, il quale vissuto con uno sguardo da adulti altro non è che una improvvida indigestione serale. Lo sguardo del fanciullo tuttavia paradossalmente riusciva ad andare più a fondo, creando un’atmosfera magica e spaventosa che ha contribuito al successo del primo capitolo.

Il film è comunque ben diretto, con diversi guizzi e trovate interessanti, ma risulta molto più stanco del precedente. Non aiuta la sua lunga durata, per giunta condita da diverse battute o momenti anticlimatici. Insomma, non riesce mai ad essere come ce lo si poteva aspettare: epico. Chissà se fossero stati girati entrambi i capitoli back to back cosa ne sarebbe venuto fuori. Probabilmente staremmo parlando adesso di un film molto più coeso, originale e vero, onesto, mentre questo è un po’ troppo figlio del successo del primo capitolo.

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Il casting delle versioni adulte del Club dei Perdenti è eccezionale. Tutti, ma proprio tutti i protagonisti hanno più di un particolare che li lega alle loro controparti bambine e le interpretazioni sono altrettanto convincenti e sentite. In particolare Bill Hader fa un gran lavoro rappresentando Richie Tozier nella sua versione adulta e apparentemente di successo. La chiave di lettura per cui da Dj nel libro qui viene scritto come un famoso stand up comedian è una vera chicca, che insieme alle tante scelte sagaci di adattamento rappresentano alcuni dei maggiori punti di forza dell’intero film. Hader pesca il giusto dall’interpretazione di Finn Wolfhard (di Stranger Things-iana memoria) e costruisce su di essa un personaggio a tutto tondo, al quale vengono affidate non solo delle magnifiche scene, ma anche i contenuti più politici dell’intero film. Bene anche James McAvoy e Jessica Chastein, Bill e Beverly da adulti, ma ancor meglio James Ransone e Jay Ryan, nei panni rispettivamente dell’ipocondriaco Eddie e di un irriconoscibile Ben. Così come per Hader, tutti gli attori sono stati bravi a capitalizzare sulle grandi interpretazioni dei loro piccoli colleghi, onorandole e costruendo su di esse degli adulti su cui sono evidenti le cicatrici di 27 anni prima.

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E parlando di interpretazioni eccezionali non si può non citare il vero protagonista di entrambi i film, ovvero Pennywise il clown. Bill Skarskard anche stavolta interpreta il ruolo di una vita, riuscendo sapientemente a rappresentare le numerose sfumature del terribile mostro. Lo fa soprattutto sfruttando un minor tempo su schermo rispetto al primo capitolo, un particolare che rende il personaggio stesso meno tangibile e più simile a un’idea che aleggia costantemente su tutta la storia. Questo particolare non è da poco, anzi è uno dei punti di forza dell’opera originale di King e una di quelle caratteristiche difficilmente trasponibili cinematograficamente. Insomma, sia a livello attoriale che per la sceneggiatura stessa è stato fatto un gran bel lavoro.

La costruzione delle scene è molto interessante e stimolante. Questo è il vero punto di forza di questo secondo capitolo, così come lo era del primo. Prese singolarmente ci sono delle sequenze magnifiche (il ritorno a casa di Beverly già presente nel trailer; l’incontro tra il Richie adulto e Pennywise; il ritorno a scuola di Ben da adulto; etc. etc.), ma è un vero peccato che Mushcietti non sia riuscito a condensare il tutto in un film dal ritmo molto più serrato e che facesse delle atmosfere la propria forza. In questo, sebbene solo in parte, risulta ancora migliore il primo capitolo.

Va detta una cosa e non mi stancherò mai di sottolinearlo. Con tutti i suoi difetti, questo film è un qualcosa di prezioso per l’industria. Sia con il primo capitolo che con questo secondo ho assistito a una proiezione con sala tutta esaurita (soprassediamo in questa sede sulla qualità dell’atmosfera generale creatasi). In un’epoca di sempre più piattaforme streaming e in cui al cinema si va solo a seguire le fatiche supereroistiche, che il genere horror riesca ancora a trascinare così tanta gente in sala è una manna dal cielo. Perché non insistere in tale direzione? La Warner, con la sua New Line sembra intenzionata a farlo, e io risponderò sempre presente.

It Capitolo 2 di Andy Muschietti è un film divertente, non privo di difetti, ma che intrattiene alla grande. Se avete letto il capolavoro di Stephen King troverete solo marginalmente le stesse emozioni, ma non la stessa profondità, nonostante la lunga durata della pellicola. Peccato non poter più godere dei “simpatici” scherzetti di Pennywise. Ma chissà, magari tra 27 anni…

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Recensione - Annabelle 3 (Annabelle Comes Home) di Gary Dauberman

Chi mi segue saprà della mia particolare passione per tutto l’universo The Conjuring e per quel mastodontico autore che è James Wan, ma devo obiettivamente riconoscere che nei suoi vari spin-off questa saga ha vissuto notevoli alti e bassi. In questo caso ci troviamo davanti sicuramente a un capitolo indolore da un punto di vista narrativo, ma particolarmente riuscito come prodotto a sé stante (con alcune piccole pecche).

Massì, Lorreine, portiamo questa bambola demoniaca a casa. Che sarà mai!

Massì, Lorreine, portiamo questa bambola demoniaca a casa. Che sarà mai!

Annabelle comes home (titolo in originale) è il terzo capitolo della saga dedicata alla bambola più terrificante dell’universo narrativo dei Warren (i coniugi indagatori dell’occulto della saga principale). Le sue fattezze e la sua storia hanno iniziato a fare capolino nell’immaginario collettivo già dal primo capitolo, The Conjuring (l’Evocazione in Italia), e fin da subito è entrata a far parte di diritto nel pantheon dell’iconografia horror dei nostri tempi. Non è un caso che quel film si aprisse proprio con l’introduzione di Annabelle, la quale serviva da prologo per farci entrare nelle vite dei nostri protagonisti. L’intera saga è infatti piena di personaggi, mostri, demoni più o meno minori, in grado di avere un proprio franchise dedicato. In alcuni casi si è riusciti a sviluppare questi progetti, in altri (forse fortunatamente) meno, ma sicuramente con Annabelle ci troviamo davanti a un esempio virtuoso.

Il film si colloca esattamente tra gli eventi del primo e del secondo film, con un antefatto che in realtà anticipa il primo The Conjuing. I coniugi Warren recuperano la bambola Annabelle da una famiglia che decide di disfarsene. Nel sigillarla nella famosa cantina della loro casa dove sono riposti i vari artefatti demoniaci, devono effettuare dei rituali particolari data la potenza dello spirito in essa celato. Già da qui si capisce che le cose non andranno bene. E infatti, quando Ed e Lorraine dovranno recarsi fuori città per un caso, lasceranno la piccola Judy (già vista e per altro vittima del lavoro dei propri genitori in The Conjuring) nelle mani della dolcissima Mary Ellen, babysitter affezionatissima alla piccola. Con gli indagatori dell’incubo lontani da casa, Daniela, l’amica di Mary Ellen, talmente incuriosita e affascinata dalle dicerie sull’occupazione di quella famiglia, decide di irrompere nell’abitazione per curiosare. Finirà (indovinate un po’) a liberare proprio Annabelle dalla sua teca di protezione (per noi). L’evento scatenerà i vari spiriti imprigionati nella cantina dei Warren e le tre giovani ragazze dovranno sopravvivere armandosi di coraggio e con l’aiuto del goffissimo spasimante di Mary Ellen, Bob (soprannominato “ha le palle”).

Da sx: Madison Iseman (la babysitter Mary Ellen), Katie Sarife (la sua amica Daniela Rios), Mckenna Grace (la piccola Judy Warren)

Da sx: Madison Iseman (la babysitter Mary Ellen), Katie Sarife (la sua amica Daniela Rios), Mckenna Grace (la piccola Judy Warren)

Il primo Annabelle del 2014, con alla regia John R. Lionetti, è sicuramente il capitolo più debole della trilogia, ed è uscito seguendo quasi immediatamente il del primo The Conjuring (2013). Sebbene abbia riscontrato un certo successo al botteghino, risulta un film troppo slegato dallo stile e dalle atmosfere della saga principale. Insomma, non si era trovata ancora una linea editoriale decisa. Con Annabelle 2: Creation (2017) di David F. Samberg si è aggiustato decisamente il tiro. Come per il primo capitolo anche questo sequel ha seguito di un anno un’entrata della saga principale, The Conjuring 2: Il Caso Einfield (2016), ma diversamente dal primo Annabelle qui c’è stata una ricerca più fine di una propria strada. La caratteristica principe dell’intero progetto imbastito da James Wan consiste nel giocare con gli stilemi di genere e Samberg, reso famoso dall’esperimento Lights Out, si conferma un regista in grado di mettersi alla prova e affermare la propria autorialità. Ne viene fuori sicuramente un film piacevole e originale, che riesce a stare in piedi sulle proprie gambe. Insomma una vera e propria prova di maturità per il franchise spin-off.

Con questo terzo capitolo è avvenuta a mio modo di vedere una vera consacrazione. La scelta di affidare scrittura e regia a Gary Dauberman è stato senza dubbio felice. Si tratta infatti di un fedelissimo della saga, già scrittore dei primi due capitoli, nonché sceneggiatore sul pessimo The Nun e produttore su The Curse of La Llorona. Come se non bastasse, è stato uno degli autori della sceneggiatura di entrambi i capitoli del remake di It, di Andy Muschietti. Insomma, un vero e proprio veterano del genere e in particolare di questo universo narrativo, quindi il perfetto candidato per questo capitolo finale (?) della trilogia di Annabelle. Oltre tutto in questo caso fa il suo debutto alla regia e lo fa con estrema maestria.

Un, due, tre…Stella!

Un, due, tre…Stella!

Annabelle 3 è infatti un film ricco di meccanismi, narrativi e tecnici. Questo aspetto è vitale nel cinema di James Wan, ovvero quella capacità di creare dei costrutti narrativi e pratici in grado di tenere incollato lo spettatore allo schermo. L’esempio più calzante è quello dell’intera saga di Saw l’enigmista, che si basa proprio sull’ingegnosità delle trappole di Jigsaw. In questo film, Dauberman fa ricorso a degli stratagemmi tipici del cinema horror, senza però risultare mai stucchevole e anzi gioca continuamente con i cliché del genere, portandoci fuori strada in diverse occasioni. Ovviamente il più riuscito di questi risiede proprio nel modo in cui si utilizza la bambola protagonista. Annabelle non si muove, non fa attivamente nulla, eppure la sua sola presenza, l’imprevedibilità dei modi in cui attiva gli spiriti malvagi presenti nella casa dei Warren, risulta l’aspetto più spaventoso del film. Va detto che quando invece ricorre ai più classici jump scare lo fa comunque con garbo, senza strafare. La sua è una regia piena d’amore per il proprio film e per la saga principale, anche e soprattutto per la risoluzione dei vari conflitti in puro stile The Conjuring. Qui l’horror è un pretesto per parlare d’altro, il che, in un film evidentemente nato per monetizzare e intrattenere nell’attesa della portata principale, non può che rappresentare un grande punto di forza.

Sul cast c’è poco da dire, sono tutti molto in parte e svolgono un lavoro egregio, riuscendo a gestire bene i toni e i tempi del racconto. Ci troviamo davanti a un gruppo di attori molto moooooooolto giovane e quindi già che risultino credibili in una pellicola del genere dice molto. Il regista e scrittore è stato poi furbo (vuol dire bravo, gente) a creare una giusta commistione di toni all’interno del film, in modo da poter gestire il proprio cast senza abusare di questo o quell’altro aspetto. Il trasporto con cui queste attrici recitano (tra i protagonisti c’è solo un ragazzo che funge principalmente da stratagemma comico), restituisce al film una carica emotiva che per certi versi mi ha spiazzato e che mi ha portato a godere del prodotto con vero e proprio divertimento.

L’atmosfera generale della piccola è molto intrigante. Il setting da una parte fa l’occhiolino alle avventure dei Warren, con la loro gravitas unita a tanto cuore, dall’altra prende a piene mani da un certo tipo di commedia giovanile/liceale, ma per il bene del film Dauberman ha saputo ben gestire tutte queste componenti. Il fatto che in un film di questo genere ci si riesca a divertire, spaventare e commuovere in egual misura, rendono il prodotto un assoluto successo a mio modo di vedere.

L’alto numero di personaggi e “mostri” creati per questa pellicola poi testimonia come l’universo The Conjuring sia in continua espansione e movimento. Non tutte le creazioni in questo caso e va detto risultano riuscite, ma si ha la netta sensazione che quelli di New Line proveranno in futuro a proporcele in altre avventure.

Vi voglio un gran bene, ma forse è il caso di smetterla di lasciare vostra figlia da sola in casa…

Vi voglio un gran bene, ma forse è il caso di smetterla di lasciare vostra figlia da sola in casa…

L’importante è che si continuino a raccontare le storie dei coniugi Ed e Lorrein Warren, che anche quando non sono in scena per la maggior parte della pellicola, come in questo film, riescono lo stesso a permeare l’intera storia con la loro essenza. Ad oggi sono ancora la coppia cinematografica più bella della nostra epoca.

Speriamo lo possano essere ancora a lungo, finché Annabelle non li separi!

Recensione - Avengers: Endgame di Joe e Anthony Russo

Disclaimer: se stai leggendo questa recensione sei consapevole degli spoiler in cui potresti imbatterti. Comunque sia cercherò di fare il bravo.

Scrivere una recensione per un film del genere non è affatto semplice. Avengers: Endgame ha infatti una rilevanza maggiore di un qualsiasi altro capitolo dell’infinita saga (pun intended) del MCU, e ha l’arduo compito di chiudere ben 11 anni di trame e personaggi in un’unica pellicola. In più, è un vero e proprio sequel diretto (mai come in questo caso) di Avengers: Infinity War.

Con questa premessa non voglio assolutamente difendermi il fondoschiena (che classe) da eventuali critiche o sottrarmi alla lotta, ma semplicemente non posso fare a meno di pensare a questo film nelle sue (almeno) 2 dimensioni: la pellicola & il giocattolo.

Ecco, lo sapevo, adesso che ho usato questo termine sarò costretto a subire le ire dei vari fan e non di questo carrozzone. Chi mi conosce non avrà difficoltà a capire l’accezione che do a questa parola e quindi mi capirà. Perché non prendiamoci in giro, di giocattolo si tratta e in quanto tale è forse uno dei migliori mai realizzati. La grande raffinatezza dei Marvel Studios in combutta con la Disney risiede nel riuscire a unire queste due nature in un qualcosa che non ha precedenti e che sicuramente sta dettando la linea per la cultura pop in divenire.

Quindi, in quanto giocattolo, Endgame riesce benissimo a darci elementi sempre nuovi che catturano la nostra attenzione, mettendo sul tappeto tutte le action figures della nostra collezione ormai arrivata a un numero esorbitante di personaggi. In particolare, rispetto al capitolo precedente, adopera un mezzo narrativo tipico dei comicbook, ovvero l’idea del team-up tra personaggi che mai avremmo sognato di vedere insieme. Sì, esatto, proprio come facevamo quando eravamo piccoli. Perché è inutile girarci intorno, pur guardando al presente e al futuro, tutto l’universo cinematografico Marvel e questo suo ultimo capitolo su tutti, premono con insistenza sul pedale della Nostalgia.

La sensazione forte che ho avuto durante la visione di questo film è stata una profonda pretestuosità degli eventi che si dipanavano sullo schermo. Perché proprio come un giocattolo, a volte senti di volerci giocare, ma nemmeno sai perché. Hai solo voglia di lanciarti in quelle avventure con i tuoi vecchi amici un’ultima volta. Un po’ come per Woody, Buzz e compagnia, arriva un momento in cui bisogna andare avanti e voltare pagina, ma i giocattoli della Marvel si trovano in una posizione senza precedenti. Di fatto non possono ricorrere agli stratagemmi delle controparti fumettistiche, data la loro natura prettamente organica e di conseguenza le loro storie devono avere per forza una fine. E credo sia proprio qui che la questione si interseca con l’aspetto prettamente filmico di questo prodotto.

Da un punto di vista cinematografico, Avengers: Endgame è un film con troppe nature al suo interno, nonostante le sue pachidermiche 3 ore. Parte alla grande, con il giusto tono e le intenzioni sono quelle già manifestate in Infinity War, poi si perde nelle chiacchiere di cui sopra. Risiede proprio in questo la difficoltà da un punto di vista analitico per me, perché questo aspetto a me è piaciuto, ma non posso certo passarlo come una costruzione ben eseguita. Ci sono molti momenti di stanca all’interno del film. Come commedia è come sempre impeccabile e anzi si sono presi dei rischi encomiabili, ma che sottolineano l’ormai onnipotenza a livello narrativo dei Marvel Studios (difficile spiegarlo senza spoiler). I momenti più emozionanti sono però ovviamente gestiti alla grande e a prescindere dal grado di passione che si prova per le storie e i personaggi di questo mondo si viene trasportati al loro interno.

Quello che fondamentalmente mi ha lasciato più insoddisfatto (se di insoddisfazione si può parlare in questo caso) è l’occasione mancata rappresentata dal grande tema messo sul tavolo da Thanos e sul quale si poggiava l’intero capitolo precedente: l’equilibrio e la sua necessità. In questo film non c’è un vero e proprio protagonista, né tantomeno (per la maggior parte della trama) un antagonista. Thanos ha vinto, è stato vinto, e ha dimostrato per certi versi di aver ragione. Un personaggio con questo carisma venendo meno si è portato dietro tutto il bagaglio emotivo e narrativo che tanto aveva caratterizzato e arricchito Infinity War. La considero un’occasione mancata poiché nei più recenti blockbaster e a maggior ragione nell’ultimo capitolo degli Avengers, questa necessità di mettere al centro tematiche così attuali con garbo e sagacia, potevano elevare il prodotto ad un qualcosa di più. Un tema, un film, un messaggio politico (vi prego, non fatemi tornare sulla questione che tutto è politica).

Avengers: Endgame è un film profondamente metanarrativo e ha come protagonista l’intero Marvel Cinematic Universe, metaforicamente e non parlando. Lo stesso intreccio che riguarda ]SPOILER!!!!!!![ i viaggi nel tempo, sottolinea come sia lo stesso universo narrativo a ripiegarsi su sé stesso, a riflettere sulla sua storia e quindi a trovare una degna conclusione ai suoi conflitti. Purtroppo dato l’esorbitante numero di protagonisti e comprimari, va da sé che non tutti i personaggi vengano adoperati al meglio e anzi alcuni ne escono con le ossa rotte (metaforicamente parlando). Sarebbe stato ottuso aspettarsi diversamente.

L’ultimo atto è il vero punto d’incontro tra le due nature di questo film (e quindi di questo mio abbozzo di recensione). In questo finale succede esattamente quello che ci aspettavamo e anche di più, mentre per il resto del film si è tentato di sovvertire tali aspettative. Perché anche questo tema è fondamentale nell’analizzare il film, il problema dell’hype, dell’ansia da prestazione e l’attesa spasmodica dei fan. Cosa ci aspettavamo da questo film? Come speravamo si potessero concludere le avventure di Tony, Steve, Thor, Nat, Clint e Bruce?

La cosa che mi sento da dire in conclusione è che questo film è una risposta a tale domanda, secondo il gusto e l’arte dei fratelli Joe e Anthony Russo e come tale va rispettata. È la LORO risposta e per tanto la migliore possibile.

O forse è andato tutto secondo i piani di quel genio di Kevin Feige…o della Disney

Oppure secondo i nostri…dei fan…

Vedete perché è così centrale il tema dell’autore all’interno del Cinema?

E secondo voi chi è il vero autore del MCU?

Avengers: Endgame, per la cronaca, è promosso ed entra di diritto nella storia del Cinema, senza dimenticarsi del fratello minore e più figo Avengers: Infinity War.

Shazam! di David F. Samberg

Sembrerebbe che la Dc/Warner abbia finalmente intrapreso il percorso giusto per affiancarsi se non altro alle produzioni dei Marvel Sutdios. Dopo l’enorme successo di Aquaman di James Wan, la distinta concorrenza piazza un colpo niente male con il suo nuovo arrivato, il proprio personale Captain Marvel.

Shazam!, rigorosamente con il punto esclamativo, è un film pieno di ironia (volevo scrivere brio, ma non sarebbe stato il termine adatto). Contrariamente a quanto offerto finora dal cosiddetto Dc Extended Universe (un modo inutilmente complicato per etichettare e differenziare il proprio universo narrativo), questo film punta tutto sul divertimento e proprio come Aquaman prima di lui riesce a esplorare un personaggio tutto sommato secondario all’interno del pantheon degli eroi Dc e dargli il giusto lustro. La cosa interessante è che nonostante l’accento sia posto su questo tono scanzonato e ironico, il film non risparmia momenti più cupi e affini al genere che ha lanciato il regista, ovvero l’horror. È infatti curioso notare come pur trattandosi di un film assolutamente kid firendly, Shazam! si permetta di mostrare degli antagonisti particolarmente impressionanti e spaventosi, sia negli intenti che nelle sembianze. A farne le spese forse è solo il povero Doc Sivana, qui interpretato dal sempre granitico Mark Strong. Il personaggio messo in scena dall’attore britannico è sicuramente meno ridicolo della sua controparte fumettistica, ma risulta poco più che una macchietta col passare dei minuti.

Il cuore del film diciamocelo sono i ragazzi. Billy Batson e il suo fratellastro neo-acquisito Marty Freeman sono uno spasso insieme, grazie a due ottime interpretazioni rispettivamente di Asher Angel e di quel Jack Dyaln Grazer di It-iana memoria. Grazie a quest’ultimo per altro, riesce a non sfigurare anche il buon Zachary Levi nei panni della controparte supereroistica del nostro protagonista. Sia chiaro, non è che qui ci si aspettasse una performance di chissà quale caratura, ma come per il Momoa di Aquaman, la parte sembra calzare a pennello per Levi. L’attore riesce a mostrarci la giusta dose di dolcezza che caratterizza Billy, il suo senso di smarrimento, ma soprattutto l’incoscienza di un quattordicenne a cui vengono appioppati tutti quei superpoteri (e senza ancora nessuna responsabilità). Il rapporto tra il supereroe e il suo fratellastro che gli fa da manager è tutto da ridere e rappresenta il fulcro di tutto il film (a volte inficiando la narrazione stessa) e i due attori hanno un’ottima chimica. La cosa non fa che sottolineare la centralità del tema della famiglia, in una chiave però molto interessante e moderna.

Prova superata, Captain Mar…ehm…Shazam!

Prova superata, Captain Mar…ehm…Shazam!

Il film ci regala anche diversi colpi di scena, tutti ben dosati, e in definitiva riesce ad avere un cuore che tante altre pellicole supereroistiche hanno ormai dimenticato. Per riassumere il concetto, non è solo un cinecomic, ma un vero e proprio film, anche se non di eccelsa fattura. Riesce ad essere un ottimo intrattenimento per tutte le età e ad accontentare ogni nerd di sorta (ammesso che abbia ancora senso definirsi tali).

Questa nuova linea della Dc che grida forte “siamo diversi e ce ne vantiamo” può essere la perfetta chiave di lettura per ottenere il tanto agognato successo. Per altro sembrerebbe ricalcare lo stesso percorso fatto dalla Marvel e tanto richiesto dai fan, ovvero di proporre volti nuovi prima di riproporci l’ennesimo Batman o Superman di sorta (sorry Bruce and Clark). Eppure allo stesso tempo proprio con Shazam! la Dc/Warner riesce a incastonare il tutto all’interno di un universo narrativo, che se non si può dire coeso, almeno possiamo considerare consapevole dei propri protagonisti. Speriamo solo che mantengano questa loro caratteristica di unicità. Come dire, anche Aquaman aveva i suoi difetti, eppure parliamo di un film che ha superato il miliardo di dollari al botteghino!

Comunque sia, Shazam! è un film divertente, scemo, colorato, a tratti anche cupo e che se non altro conferma la nuova linea editoriale di casa Dc comics. Pur non prendendosi quasi mai sul serio, non risulta mai stucchevole, ma anzi a tratti molto interessante e fresco a modo suo.

Per ora anche vincente.

Captain Marvel di Anna Boden & Ryan Fleck

Qui è evidente la continuità stilistica settata da  Guardiani della Galassia.

Qui è evidente la continuità stilistica settata da Guardiani della Galassia.

Ci siamo quasi! Captain Marvel è il ventunesimo film del Marvel Cinematic Universe, ma è soprattutto l’antipasto (o per meglio dire il sorbetto tra un pasto e l’altro) della portata principale che arriverà a fine Aprile (se questa devo spiegarvela, non siete di questo pianeta).

Per raccontare le origini del nuovo eroe Marvel, veniamo scaraventati negli anni Novanta, nel primo film con una protagonista unica al femminile per i Marvel Studios (almeno in questo la Dc è arrivata prima).

Ecco 5 buoni motivi per andare a vedere questo film:

1. Dei buoni colpi di scena e non solo

Questa pellicola è di quelle che si definiscono (qualcuno dirà ovviamente) plot driven, ovvero quasi completamente a servizio della sola trama. I colpi di scena ci sono e sono ben imbastiti (sebbene alcuni prevedibili), ma essendo un film sulle origini ha un percorso quasi forzato. La cosa interessante è che hanno provato a mischiare le carte da questo punto di vista, con una struttura meno classica e basata molto sul montaggio e alcuni stratagemmi. Ha poi il merito di ampliare l’universo marvel o quantomeno di colmare alcune “lacune” o curiosità, facendo da collante con la trama generale del MCU. Si rivede anche qualche vecchia conoscenza!

È definitivamente esplosa una stella di bellezza e talento, però a Brie, me preoccupi. Te sei sciupata!

È definitivamente esplosa una stella di bellezza e talento, però a Brie, me preoccupi. Te sei sciupata!

2. Donna moderna

La nostra Carol (ben interpretata da Brie Larson, ma ne parleremo dopo) è un personaggio assolutamente moderno. Una donna moderna, appunto, che non ricorda niente del suo passato, ma che ha un’idea precisa del suo futuro. Le strizzate d’occhio qui sono notevoli (movimento #metoo e affini), ma mai fastidiose. Cap Marvel è un’eroina che riesce a emanciparsi e a prendere possesso di sé stessa e dei propri poteri, ma fa tutto senza l’aiuto di nessuno (o quasi). Non a caso la scelta di non affiancargli alcun interesse amoroso è lodevole, e rientra in quel tentativo di rimescolare le carte di questo tipo di narrazione.

3. Fury, solo Fury

È innegabile che Samuel L. Jackson sia uno degli attori più iconici del nostro tempo. Nel ruolo di Nick Fury sembra però aver trovato la quadratura del cerchio, uno zenit interpretativo. Qui finalmente ha un ruolo da co-protagonista molto presente, sebbene il suo ringiovanimento (per fortuna meno digitale di quanto pensassi) gli toglie quell’aura di figaggine che da sempre lo contraddistingue. Questo nuovo/vecchio look, coadiuvato dalla Los Angeles degli anni Novanta,  ci fa piombare in atmosfere e frame che prendono palesemente a piene mani da Pulp Fiction. Comunque sia non vedevamo l’ora di avere più Fury (solo Fury, mi raccomando).

<<Does he look like a Skrull???>> cit. rivisitata

<<Does he look like a Skrull???>> cit. rivisitata

4. Beware the cat

Vabbè, qui avrò poco da dirvi, se non che il gatto Goose è il vero protagonista del film. Se prima vi inquietavano i gatti, aspettate di vedere questo film… #gattovince

5. Un po’ di Brie

Posso dirlo? Sono proprio felice per Brie Larson. L’attrice americanissima, già premio Oscar nel 2016 per Room, aveva a mio avviso bisogno di un ruolo del genere. Avendo già dimostrato la sua caratura attoriale, le mancava la consacrazione presso il grande pubblico e la scelta è stata molto azzeccata. La Larson costruisce un personaggio simpatico, ma mai seccante, vulnerabile, ma molto forte e umano. Sono sicuro che sarà una perfetta aggiunta al cast degli Avengers e non vedo l’ora di scoprirlo in Endgame.

Oh, no! Ho dimenticato di parlare di  Jude Law… di proposito.

Oh, no! Ho dimenticato di parlare di Jude Law…di proposito.

Croce e delizia di Simone Godano

Eccoci tornati finalmente con i 5 buoni motivi per muovere il vostro pachidermico deretano e recarvi al cinema.

Questa settimana, ho visto Croce e delizia, di Simone Godano. Delle due però, ho provato soprattutto la seconda, per questa deliziosa commedia moderna e intelligente.

Che bel cast!

Che bel cast!

1.La dinamica Bentivoglio-Gassman

Che Alessandro Gassman sia ormai il volto di certo cinema (e non) italiano, lo si sapeva già, ma che Fabrizio Bentivoglio potesse assurgere a vero e proprio mattatore in una commedia così, mi ha sorpreso parecchio. Il loro gioco di posizioni, così diverse e così radicali per certi versi, i personaggi multisfaccettati che descrivono, sono la forza del film. Gassman è il cuore, più di ogni sua altra interpretazione, mentre Bentivoglio è esattamente ciò che il suo personaggio esprime, come riassunto dal titolo. Alcune delle sue battute mi hanno fatto cadere dalla poltrona!

2.La Trinca

Jasmine Trinca ha avuto l’arduo compito di interpretare un ruolo a là Margherita Buy ed è riuscita a non rendere il suo personaggio eccessivamente petulante, ma complessata al punto giusto. Le si crede dal primo momento e si vive un sali scendi emotivo con il suo personaggio che con un ruolo del genere è stato una vera impresa. Le sue ferite vivono sullo schermo.

3.Scicchitano

Filippo Scicchitano finalmente sboccia con un ruolo che lo consacrerà (si spera) a stella del panorama italiano. Umano è l’aggettivo perfetto per descrivere il suo personaggio. Nelle scene in cui c’è lui, gli altri protagonisti della vicenda è come se venissero inondati dalla sua verità pura e semplice. Dettaglio da non trascurare visto un ruolo che poteva facilmente scadere nello già stravisto. Gli si vuole bene.

4.Emozioni

La commedia quando è ben fatta ha il grande pregio di poter attingere a un enorme campionario di emozioni e questo film ci riesce alla grande. Seguire le vicende di queste due famiglie così diverse e così imperfette ognuna a modo suo, tira lo spettatore dentro la loro realtà. Sfido chiunque a non riconoscersi in almeno uno dei caratteri descritti da questa pellicola, o che non conosca qualcuno vicino a sé simile ai personaggi descritti. Quella messa in scena è la realtà di questi personaggi, ma inevitabilmente è anche la nostra, delle nostre piccole e grandi imperfette famiglie. Ma soprattutto è l’imperfezione dell’essere umano che ne viene fuori. Commovente, divertentissimo, intelligente e mai rozzo.

5.L’italia

Che si possano fare film così nel mio paese è un grande vanto. Finalmente sembriamo avvicinarci a quell’idea di cinema industriale che non guarda né al volgare cinepanettone, né tantomeno alla tanto agognata “autorialità” (impossibile da forzare). Croce e delizia è una commedia intelligente, senza mai dimenticare le risate. È uno spasso continuo, che ti fa riflettere su te stesso, sulla tua famiglia, sull’amore e perché no anche sulla situazione del paese. Insomma, un film necessario.

Viva la sincerità!

Viva la sincerità!

Green book di Peter Farrelly

La corsa alla tanto ambita statuetta di miglior film si arricchisce di un nuovo contendente. Ecco i 5 motivi per non lasciarsi scappare il delizioso Green Book, di Peter Farrelly.

1. Un Classico moderno

Questo film ha il tipico spirito delle pellicole classiche. La storia si basa sul rapporto tra i due protagonisti che fanno da specchio per la società in cui vivono (e non solo). Ambientato negli anni Sessanta ha già in questo la sua dimensione di pellicola post-moderna, trattando temi di grandissima attualità. E lo fa con estremo garbo e stile.

2. La commedia che parla chiaro

È interessante notare come grandi autori della commedia demenziale americana (Adam McKay, e qui Peter Farrelly da solo senza il fratello Bobby) siano adesso i grandi protagonisti e autori di pellicole così impegnate. Nel caso di Green Book, si ride tanto, ma mai sguaiatamente e il messaggio di fondo del film arriva forte e chiaro. Racconta una storia di forti contrasti interiori, mar riesce a non risultare mai pesante. È un classico caso di commedia dell’incontro di due nature diverse, che impareranno molto l’una dall’altra.

Una coppia di interpreti che è già storia del cinema.

Una coppia di interpreti che è già storia del cinema.

3. Il sociale, quello bello

In tal senso il film riesce a far passare un messaggio fortemente (come si sol dire) “a sfondo sociale”, ma senza mai diventare didascalico o retorico. Quello della segregazione raziale è un tema quanto mai attuale e presente in America come nel resto del mondo, e la chiave di lettura di questa pellicole riesce ad affrontarlo con la giusta leggerezza. Così facendo il film risulta godibile narrativamente, stimolante a livello di contenuti e riuscitissimo soprattutto nelle interpretazioni dei due protagonisti.

4. Mahershala, una conferma

L’attore premio Oscar per Moonlight (un film che a mio avviso rappresenta l’esatto opposto di quanto detto sopra) offre una prova attoriale di enorme spessore. Il personaggio non era dei più facili, in quanto incarna diverse sfumature che facilmente potevano cadere nel già visto o retorico. Ali riesce con disinvoltura a restituirci un uomo pacato e sofisticato, donandoci un’interpretazione che oserei definire pianistica. È infatti in grado di dosare sia le parti in cui devo contenersi (il piano) e gli sfoghi di un uomo la cui natura viene messa in dubbio da un incontro e da un viaggio. Il tutto sfocia in una breve, ma intensissima scena madre in cui ci racconta il suo vero Io (il forte).

5. Viggo, patrimonio mondiale

Viggo, caro Viggo. Per quelli come me ha segnato un’epoca. Il mio Aragorn è infatti un attore enorme, di un’intensità unica. In questo film non ha semplicemente interpretato Tony Lip, lo è diventato! La credibilità è la vera forza di un’interpretazione e Mortensen è un maestro in tal senso. Fa parte di quella categoria di interpreti che riescono abilmente a scivolare all’interno di un ruolo. Mai come in questo caso è riuscito a raccontarci un uomo, un personaggio, in tutte le sue sfumature. Sono ormai rari gli attori come lui che comprendono la stratificazione dell’animo umano e che riescono a restituirla sullo schermo.

Non ci resta che sperare per il giusto riconoscimento a entrambi per questo meraviglioso film.

Ve l’ho detto che si ride.

Ve l’ho detto che si ride.

La Favorita di Yorgos Lanthimos

È uno dei film con maggiori nomination della prossima edizione degli Oscar e a ragion veduta. Oggi a tra il bianco e il nero vi svelerò le 5 ragioni che rendono La Favorita un film imperdibile.

1.

È stato uno dei film osannati all’ultima mostra del cinema di Venezia, vincendo sia il Leone d’argento che la Colpa Volpi per l’interpretazione di Olivia Colman (more on that later). Ha ricevuto ben 10 nomination agli Oscar di quest’anno, coprendo tutte le categorie principali, ma ai Golden Globe ha portato a casa solo il premio sempre alla Colman per la sua regina Anna. Che sia un’indicazione su chi vincerà il premio alla miglior attrice protagonista? Negli ultimi 20 anni è successo solo 20 volte…

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2.

Il cast di questo film è spettacolare. Le due contendenti al cuore della regina Anna (o per meglio dire al ruolo di favorita, consigliera e amante) mettono in scena una lotta serrata e spietata. Rachel Weisz interpreta con durezza e fascino impenetrabile Sarah Churcill, LA preferita della regina, della quale cura la salute, gli affari e…altro. La determinazione con cui tiene in scacco la regina e lo sprezzo con cui tratta politici e membri della corte, ne fanno un personaggio tremendamente affascinante. Emma Stone, nei panni di sua cugina Abigail, proverà a insidiare questa sua posizione. La Stone è ormai un’attrice a tutto tondo, capace di passare attraverso ruoli dalle mille sfaccettature e muoversi agilmente tra pellicole commerciali e d’autore. La sua Abigail è una giovane nobile decaduta pronta a tutto pur di riconquistare un posto al sole. Manipolatrice, doppiogiochista e abile seduttrice. Ogni singolo aspetto del suo personaggio viene rappresentato con cura. Sorprendente anche Nicholas Hoult nei panni del leader dell’opposizione Robert Harley, piacevolmente a suo agio in costume d’epoca.

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3.

L’ambientazione di questo film è curata con così tanto amore per i dettagli da sembrare un documentario. Il palazzo reale restituisce un’atmosfera vera e viva, per cui dietro ogni muro sembra avvenire qualcosa, e la vita dell’epoca è ricreata in maniera assolutamente convincente. C’è l’opulenza della corte, con i suoi camini ricoperti di oggetti preziosi, gli arazzi e i tappeti pregiati nelle stanze, i letti a baldacchino, i costumi d’epoca impeccabili e allo stesso tempo ci sono il fango, lo sporco, candele e un bordello poco raccomandabile. Sacro e profano. Anche se il sacro della corte è tutt’altro che immacolato…

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4.

Lanthimos cura una regia ricercata e a tratti spiazzante. L’ambientazione ha un ruolo così cruciale per questo genere di film e il regista lo sottolinea sfoggiando continui grandangoli, fino anche all’estremo uso del fish eye (prospettiva completamente distorta). I movimenti di macchina sono poi precisi e arditi, senza mai risultare eccessivi o manieristici, basandosi su tecniche per assurdo molto basilari. Le protagoniste sono sempre inquadrate in composizioni intriganti in cui dominano la scenografia pur essendo parte integrante della stessa. Ci sono per lo meno 3 o 4 scene memorabili.

5.

Olivia Colman firma il ruolo della vita. La sua regina Anna è un personaggio ferito, ma mai vinto, folle, ma mai fesso, risentito, ma mai completamente schiavo dell’ira. Un ritratto di un’umanità sconvolgente, di una donna schiacciata dal potere, ma soprattutto da tutto quello che il potere nega. Una donna che ama ingenuamente come una bambina e che rivendica tutto l’amore che l’è stato negato. Una solitudine che riecheggia nelle stanze vuote della corte, pur essendo a volte piene di gente. Un personaggio che non ha filtri. Una donna che è al contempo bellissima e bruttissima nell’arco di una frase o di un’espressione. Un’interpretazione impreziosita dal confronto con le sue magnifiche co-protagoniste, costrette infine a capitolare davanti a tanto spessore.

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Recensione - Benvenuti a Marwen di Robert Zemeckis

Benvenuti a Marwen è la nuova fatica dell’eclettico e geniale Robert Zemeckis. Un gigante del cinema che vanta, tra i suoi 20 film in carriera, il premio Oscar del grande classico Forrest Gump, la trilogia di Ritorno al Futuro e il rivoluzionario Chi ha incastrato Roger Rabit?.

Il film racconta la storia vera di Mark Hogancamp, un fotografo e artista vittima di un vile pestaggio che, dopo averlo ridotto in coma, gli fece perdere la memoria e diverse capacità motorie. A causa del terribile trauma Mark si rifugia nella creazione della città immaginaria di Marwen, abitata da donne toste e bellissime che aiutano il capitano Hogie a combattere i nazisti. Ah, sono tutti delle bambole.

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Ecco 5 motivi per non perdere questo meraviglioso film:

1.

Zemeckis

Robert Zemeckis è uno dei più grandi narratori della nostra epoca. Ha raccontato l’America come pochi e ogni suo film ha qualcosa da dire (dato quanto mai rilevante oggigiorno). La sua voglia di innovare e rinnovarsi è coinvolgente come sempre e la sua è una regia divertente e divertita.

2.

Cinema nel cinema

Pensare che questa sia una storia vera è toccante e devastante per certi versi. La capacità di raccontare un piccolo mondo (quello di Mark) riferito a un mondo ancora più piccolo (quello di Marwen) è quanto di più meta-cinematografico abbia incontrato negli ultimi anni. Che tutto ciò sia poi terapeutico per il nostro protagonista è molto commovente e tenero. E poi chi non ha mai raccontato storie con i propri pupazzi?

3.

L’immaginazione unisce

Che il potere dell’immaginazione sia al centro di questa pellicola è evidente, ma la bellezza dell’immaginazione e i sogni è che non hanno età. Racconta un mondo di adulti questo film, eppure è il gioco e la storia raccontata da Mark a unire tutti i personaggi di questa storia, sia nella realtà che nella finzione. Persino i suoi assalitori vengono inseriti all’interno del racconto, dichiarando un messaggio forte e deciso: siamo tutti parte dello stesso sogno (o incubo).

Le agguerrite (e deliziose) abitanti di Marwen.

Le agguerrite (e deliziose) abitanti di Marwen.

4.

Il post moderno

Questo film come molti di Zemeckis ha quel fascino dei grandi classici fin dalla prima visione. La capacità di raccontare una storia ben collocata temporalmente eppure di poter risultare attuale attraversando i decenni. Benvenuti a Marwen è ambientato nei giorni nostri (o giù di lì) con sprazzi di seconda guerra mondiale (immaginaria) con un look e un gusto che però sa di altri tempi. La formula perfetta per creare un classico.

5.

Diverso e orgoglioso

L’ultima pellicola di Robert Zemeckis non è un film come tanti, ma non si sforza nemmeno di essere originale, lo è e basta. In quest’epoca in cui tutto deve amalgamarsi e appiattirsi al contesto, questo film ha il coraggio di essere diverso, di raccontare la storia di un diverso e di farlo in una maniera unica, personale e coinvolgente. È per piccoli capolavori come questo che dovremmo batterci, prima di diventare anche noi pupazzi in una storia molto meno interessante.

Mi sembra ridondante sottolineare quanto bravo sia   Steve Carell  , ma tant’è…

Mi sembra ridondante sottolineare quanto bravo sia Steve Carell, ma tant’è…

Recensione - Aquaman di James Wan

Ecco come iniziare con il botto il 2019

1.

Prendete un eroe diventato una barzelletta in patria e in tutto il mondo e decidete di stravolgere l’opinione che ne ha la gente.

2.

Scegliete una sagoma vivente come Jason Momoa per interpretarlo. Lui gli saprà dare una nuova e intimorente fisicità oltre che una personalità simpatica e truzza da morire.

La sequenza introduttiva di Momoa è super!

La sequenza introduttiva di Momoa è super!

3.

Assicuratevi uno dei migliori filmmaker degli ultimi anni, campione d’incassi con budget irrisori e capace di dare vita a franchise nuovi e interessanti come Saw, The Conjuring e Insidious. Un regista in grado di raccontare storie horror come nessuno nella sua generazione, ma capace di spaziare anche in altri generi con enorme successo come in Fast and Furious 7 (un miliardo e cinquecentomilioni di dollari, che neanche nella bocca ci stanno). Insomma, affidatevi a James Wan e lasciatevi trasportare dalla sua fantasia, dai mondi coloratissimi e dagli accattivanti personaggi che sa creare.

E che le vogliamo di’ a ‘sta ragazza?

E che le vogliamo di’ a ‘sta ragazza?

4.

Assemblate un cast stellarare e dall’enorme carisma, capitanato da una giovane e combattiva Nicole Kidman (nel senso che la ringiovaniscono così bene da sembrare una ragazzina). Non solo, ma anche la protagonista femminile Amber Heard, l’avventurosa e ribelle principessa Mera, assomiglia tantissimo alla versione giovane della celebre attrice australiana (sarà per quei fintissimi capelli rossi del suo personaggio). Risultato: vi innamorerete allo stesso modo di entrambe. Patrick Wilson e Yahya Abdul-Mateen II (sì, si chiama proprio così) sono due cattivoni da fumetto, ma non smettono di essere credibili (e fighi) neanche un secondo. E poi che dire, c’è pure Ivan Drago! Cioè, c’è Dolph Lundgren, nei panni di Re Nereus e l’intramontabile Willem Dafoe, mentore di Aquaman nel ruolo di Vulko.

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5.

Impacchetta tutto in due ore di grande azione filmata con stile, ma soprattutto imbastendo una trama degna delle grandi Avventure con la A (di Aquaman) maiuscola. C’è un oggetto magico da recuperare tra misteriose tracce da seguire e mondi fantastici da esplorare, fatti di creature mostruose e civiltà ultratecnologiche. Ah, ed è in gioco l’intero pianeta! La lotta tra i mari e la terra è così forte e interessante che viene da chiedersi se poi non abbiano ragione gli Atlantidei ad avercela con noi per aver devastato il mondo che abitiamo. Quando il grande cinema commerciale incontra anche solo di passaggio i grandi temi della contemporaneità non si può che fare un applauso a questo film.

Tra le profondità oceaniche, deserti a là “Indy” e la bellezza della Sicilia, gli scenari in  Aquaman  cambiano di continuo.

Tra le profondità oceaniche, deserti a là “Indy” e la bellezza della Sicilia, gli scenari in Aquaman cambiano di continuo.

Sarà truzzo, cafone, scemo, esagerato, classico e oltremodo fumettoso (anche nella sua accezione peggiore), ma diavolo se ne avevamo bisogno!

Aquaman è come la più forte delle maree e a noi non resta che farci trasportare!

Recensione - Spiderman: un nuovo Universo

Spiderman un nuovo Universo

Wow. Wow. Wow.

Spiderman: un nuovo universo è la sorpresa di Natale che non ti aspetti. Un perfetto dono da scartare sotto l’albero e da andare a vedere con tutta la famiglia.

La dinamica tra questi tre è adorabile sin dal primo minuto.

La dinamica tra questi tre è adorabile sin dal primo minuto.

Ed ecco 5 motivi per correre al cinema a vederlo:

1.

L’animazione

La tecnica utilizzata per animare questo film è strana, ma di quello strano che con il passare dei minuti convince sempre di più. Uno stile che colloca il film in una dimensione unica, personalissima.

2.

L’accessibilità

Sebbene l’universo di Spiderman e comprimari sia stratificato all’inverosimile, questo film riesce senza alcuna fatica ad essere godibile sia per i fan più sfegatati dell’arrampicamuri, che per spettatori occasionali.

Un esempio dei riassuntoni introduttivi per ogni personaggio.

Un esempio dei riassuntoni introduttivi per ogni personaggio.

3.

La colonna sonora

Le canzoni che accompagnano la pellicola sono un mix perfetto di moderno e classico hip-pop, in puro stile newyorkese. La città è legata a doppio filo alle vicende di Spiderman ed è un vero e proprio personaggio delle sue storie. Qui è la musica scelta a rappresentare la voce della metropoli. Una colonna sonora travolgente e piena zeppa di groove.

4.

Un umorismo consapevole

Questo film è tremendamente divertente, ma non scade mai in battute troppo ammiccanti o personaggi forzatamente simpatici. Tutti i protagonisti della storia hanno una fortissima personalità e ognuno a modo suo è umano e divertente. I cattivi sono altrettanto uno spasso, ma è innegabile che le varie versioni di spiderman presenti siano la vera forza del film.

5.

Stile a pacchi

Spiderman: un nuovo universo è un film che ha uno stile così unico e speciale, da sorprendere e entusiasmare qualsiasi tipo di spettatore. Una pellicola che abbraccia senza remore il proprio retaggio fumettistico con alcune sequenze che commuoveranno l’appassionato più tenace. Una storia così assurda e over the top che sembra uscire proprio dalla carta stampata, eppure coinvolgente. Tutto merito di uno stile e di una figaggine alla portata di tutti. Adorabile, umano, divertente e strampalato, eppure “cool” come poche cose in questo 2018. 

E che gli vuoi dì a Spider-Ham? (spider-pork era già preso come nome*)

E che gli vuoi dì a Spider-Ham? (spider-pork era già preso come nome*)

I cinque buoni motivi per vederlo! Video

Recensione - Il Testimone invisibile di Stefano Mordini

Questa volta proverò un format diverso.

Ecco 5 buoni motivi per andare DI CORSA a vedere Il Testimone invisibile:

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1.

IL CAST

il film di Stefano Mordinivanta una squadra di attori straordinari e perfettamente in parte. Il ruolo del “giovane” imprenditore sotto accusa è abilmente interpretato da Riccardo Scamarcio, la cui unica pecca è forse quella di non riuscire a restituirne tutte le sfumature necessarie. In questo senso la sua co-protagonista, la sempre più brava Miriam Leone, interpreta con disinvoltura entrambi i livelli di lettura del personaggio, sia da vittima che da carnefice. Superlativi sono poi Fabrizio Bentivoglio, il cui ruolo non posso rivelare per dovere di non spoiler e ancor di più Maria Paiato. L’attrice, dalla consumata esperienza teatrale, interpreta la penalista cui si affida l’avvocato di Scamarcio per scagionarlo dall’omicidio dell’amante, ovvero la Leone. A dir poco magnetica.

 

2.

LA SCENEGGIATURA

Questo thriller si sviluppa tenendoti incollato alla poltrona della sala con continue riletture dei fatti. Un punto di vista che ruota vertiginosamente mettendo continuamente in discussione le posizioni dei protagonisti e dello stesso spettatore. I colpi di scena sono gestiti con sagacia e l’intero sviluppo è degno del genere di riferimento. Insomma, di trhiller ne vediamo sempre meno, quindi soprattutto se italiani vanno supportati.

 

3.

LO SCENARIO

È uno scenario familiare eppure un po’ diverso dal solito quello in cui si muove la storia di questo film. Siamo in Trentino, eppure l’atmosfera e lo scenario hanno un che di internazionale e nostrano allo stesso tempo. È un aspetto interessante, dato che da all’intera pellicola un sapore e un respiro più ampio, da thriller americano per intenderci. Non fraintendetemi però, perché questo film parla proprio del nostro paese e lo fa senza mezze misure. L’imprenditore sotto accusa, il sistema della giustizia che non funziona, la terribile solitudine dell’uomo comune davanti alle ingiustizie che subisce e il sordido mondo che si cela dietro al nostro modo di vivere le relazioni (coniugali o meno). Il caso del ragazzo scomparso (fortemente presente nella trama, ma che non svelerò sempre per non rovinarla) ricorda terribilmente alcuni fatti di cronaca nostrani. Insomma, come dico sempre (ma non solo io), il cinema di genere aiuta a riflettere sulla contemporaneità.

 

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4.

LA DURATA

Potrebbe sembrare offensivo, ma la breve durata di questo film risulta essere uno dei suoi maggiori punti di forza. In un’epoca in cui per portarvi in sala sembrano sempre più necessari spettacoli che superino le due ore, abbiamo un disperato bisogno di quei meravigliosi film sui 90/100 minuti. Il testimone invisibile è ricchissimo di eventi, situazioni e colpi di scena, tutti gestiti con un ritmo incalzante e preciso. Sarò sincero, la sensazione all’uscita è stata quella di aver assistito a un film molto più lungo, rispetto alle tante cose che racconta. Un piccolo tesoro.

 

5.

LA MIRIAM

E vabbè, volevo contenermi, ma proprio non ce la faccio. Finalmente abbiamo trovato LA nostra famme fatale da thriller. Miriam Leone oltre ad essere di una bellezza disarmante, sta dimostrando film dopo film di poter gestire tantissimi ruoli diversi. Passa quindi per esempio dall’ironia grottesca e assurda del divertentissimo Metti la nonna in freezer al personaggio inafferrabile del Il testimone invisibile. Se solo avessimo per le mani un giovane Hitchcock dovremmo farvi conoscere assolutamente e prima possibile!

In sua assenza mi candido io, che comunque faccio quel mestiere e che tanto ammiro il maestro. Sai dove trovarmi…

Vabbè dai, non faccio così schifo…non guardarmi così!

Vabbè dai, non faccio così schifo…non guardarmi così!

Recensione - Bohemian Rhapsody di Bryan Singer

Questo film lo attendevo da tempo, sin dall’annuncio e devo dire che non mi ha deluso. Ok, diciamoci la verità, non avrebbe mai potuto mantenere le promesse e attendere le mie aspettative. E no, non è colpa del regista, né del cast o tantomeno della sceneggiatura. A mio avviso questo film dimostra che esistono delle icone troppo grandi per essere trasposte in un altro medium. Sì, per me i Queen sono La Musica. Il Rock, il Pop, l’Opera, tutto!

Il vero limite di questo film è quello di voler raccontare l’uomo dietro la regina. Un’operazione tipica dei biopic e quindi scontata, ma che in questo caso prova a rendere umano un personaggio che da sempre trascende la propria natura. Probabilmente avrebbe giovato a tutto il soggetto una chiave di lettura più fantasiosa e meno attinente ai fatti (anche se spesso e volentieri il film si prendere delle licenze cronologiche a tratti fastidiose). In oltre i numerosi ammiccamenti verso il pubblico risultano superflui. Dateci il rock e saremo contenti!

La pellicola è diventata sin dal momento dell’annuncio “il film di Freddie Mercury” e in questo assunto risiede tutto il problema del film, ciò che non funziona. Freddie non lo puoi riassumere, non lo puoi contenere e risulta infatti semplicistica e un po’ banalotta la trama principale sul suo vissuto personale.Freddie è la Regina, e Brian, Roger e John sono i suoi fedeli consiglieri e cavalieri. Punto. Tutto quello che riguarda la band funziona a meraviglia. I momenti in cui il film pigia sul maledetto pedale del rock and roll l’attenzione sale e la sala si accende. Vi farà cantare questo film, ohssì, e canteranno tutti, nessuno escluso.

L’ultima fatica di Bryan Singer, pur non trovando la strada giusta narrativamente e funzionando a tratti, è un dannato spasso. Probabilmente per seguire la direzione scelta ci voleva una mano più poetica o una volontà di andarci pesante con il leader dei Queen (che comunque proprio non ne esce benissimo dalle due ore e un quarto della pellicola).Perfetti sono però i momenti musicali, e non era certo da dare per scontato. I vari concerti vengono riprodotti alla perfezione e risultano molto coinvolgenti. Il potere dei Queen riesce a trascinare tutto il film e il pubblico. La sequenza finale è da brividi e rappresenta sicuramente il momento migliore del film (e atteso per tutta la trama). Insomma, credo sia l’esperienza cinematografica che più si avvicina a un concerto live. Unico neo? Ma Rami Malekperché non canta? La scelta è condivisibile, ma mi sarei aspettato di più da un film così hollywoodiano.

L’interpretazione del protagonista è sì buona, ma è inficiata eccessivamente dalle protesi per riprodurre l’ingombrante dentatura di Mercury. In oltre Malek non riesce a trasmettere il fuoco che il cantante riusciva a esprimere in ogni sua movenza. È un po’ freddino e tanto macchietta (quasi cosplayer). Quando invece incrocia i guantoni con il resto del cast e la band allora tutto funziona alla grande. In questo c’è forse per assurdo la grandezza di questo film. Che sia voluto o meno dimostra quanto la grandiosità e il genio nella vita di Freddie Mercury risieda nei Queen e non la sua singolarità. La Rapsodia Bohémien non è la vita del leader della band, ma risiede proprio nella loro unione. Ogni volta che sono tutti e quattro in scena, il film si infiamma.

Quindi, se vi aspettate di scoprire retroscena segreti dell’assurda vita di Freddie o di comprendere meglio l’uomo dietro il genio, questo film non fa per voi. Questa pellicola è un inno a quella che forse (dopo i Beatles) è stata ed è la più grande band della storia della musica. Un’ode a quella che è sicuramente una delle più belle canzoni mai scritte di sempre. Una follia che solo loro potevano generare, loro quattro. Perché tutti vogliono toccare con mano la Regina, ma la Regina senza i cavalieri non rockeggia. E i Queen hanno ancora una gran voglia di farvi rockeggiare!

La video recensione de Il Grigio (Francesco Mucci) per Bohemian Rhapsody!

Recensione - Il vizio della speranza di Edoardo De Angelis

Il vizio della speranza è il quarto lungometraggio di Edoardo De Angelis(quinto se si considera l’episodio Magnifico Shock in Vieni a vivere a Napoli). L’autore è considerato a ragione uno dei principali esponenti del cinema italiano del momento e i numerosi riconoscimenti in patria e all’estero lo dimostrano ampiamente. Con questo suo nuovo film segue idealmente (e praticamente) le suggestioni e l’atmosfera del bellissimo Indivisibili(2016). Anche in questo caso seguiamo le vicende di un mondo di vinti in una Castel Volturno da vera favola dark, accompagnando il tutto di nuovo con le musiche di Enzo Avitabile. Una multietnica e complessa società di dimenticati che, come ricordato dallo stesso regista nel confronto post-proiezione a cui ho avuto il piacere di assistere, siamo proprio noi.

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Lo scenario è quello ormai diventato iconico per tanto cinema italiano, quel paradiso perduto che era un tempo Castel Volturno e tutto il suo litorale. De Angelis lo declina questa volta come una sorta di Louisiana, con i suoi fiumiciattoli e le piccole imbarcazioni che li navigano. Poi palafitte, una comunità nera che potrebbe ricordare quella di tanti film americani e un senso di impantanamento perenne per la vita di questi personaggi. Eh sì, perché i protagonisti di questa pellicola sono come prigionieri dell’acqua. Il liquido vitale che li circonda, li protegge idealmente dall’orrore esterno (come nel caso del personaggio ben interpretato da Cristina Donadio) e che descrive idealmente le mura di un mondo da cui sembra impossibile la fuga. Un universo, quello in cui vive Maria, fatto di donne, di madri, di creature normalmente simbolo della vita, che in questo caso non hanno nulla più di umano. La nostra protagonista però nonostante faccia parte di un meccanismo criminale terribile, ha la forza di ribellarsi proprio grazie a uno stimolo vitale irresistibile. Una delle domande che pone il film è quanto mai centrale sia per l’intreccio che per i nostri tempi: è madre chi partorisce o chi il bambino lo vuole? De Angelis, da autore militante quale si definisce, non ha paura di schierarsi in tal senso come scoprirete nello scorrere della trama.

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La nostra Maria, interpretata benissimo da Pina Turco, ha in grembo la stessa speranza del titolo e non può fare a meno di aggrapparsi ad essa fino alla fine, anche a rischio come scopriremo della propria vita. Il suo personaggio casca continuamente in pozzanghere, sbadatamente cammina nell’acqua e, in uno scambio di ruoli, trascina la madre fuori dalla vasca/grembo in cui si rifugia dal mondo, quasi addormentata in quel porto sicuro. Ed è quanto mai metafora religiosa fortissima la nostra protagonista, sia per il nome, che per quel senso di peccato che porta dietro. Nonostante tutto è l’unica che ricerca un’Umanità che quei luoghi hanno dimenticato. La troverà nell’unico uomo che sembra rimasto dopo l’ideale alluvione di malvagità caduta su quelle terre. Il personaggio in questione ha un legame con Maria che riguarda il suo passato, ed è interpretato con grande sensibilità da Massimiliano Rossi.

Loro due insieme a una ragazzina doppiamente non voluta, poiché storpia (e probabilmente per il colore della pelle), rappresenteranno nella bellissima immagine finale la Natività ricercata da De Angelis, a sua detta vero e proprio topos della pellicola.

Come non citare infine una grandissima Marina Confalone, un’attrice di un altro pianeta proprio, qui cattivissima zia dagli affari neri come quei fiumi in cui si perdono le speranze dei personaggi che popolano questo mondo.

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Un film di un regista maturo e sicuro di sé, che ha cuore di voler raccontare una storia. E si sa, ogni atto cinematografico e narrativo è anche un atto politico e sociale. Sta a noi spettatori smetterla di dividere il cinema in due categorie.

Recensione - Widows di Steve McQueen

In Italia è arrivato con l’improvvido sottotitolo di Eredità criminale, ma non lasciatevi ingannare. Widowsdi Steve McQuennnon è un thriller facilotto di largo consumo. Il regista premio Oscar per 12 anni schiavo(2013) e della doppia e felice collaborazione con Michael Fassbenderin Hunger(2008) e Shame(2011), imbastisce un film con un grandissimo cast e nero fino al midollo.

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Alla sceneggiatura (e si sente) lo stesso McQueen è coadiuvato dalla brillante scrittrice Gillian Flynn, autrice diGone GirlDark Placese di Sharp Objects, recentemente adattato in una serie tv. Lo stile della Flynn, già apprezzato negli adattamenti cinematografici dei suoi libri, qui viene esaltato dalla regia ricercata di McQueen. Entrambi raccontano una storia difficile, di corruzione, di politica, di crimine, di quartieri difficili, di una città difficile come quella di Chicago che assurge a metropoli simbolo dell’opulenta sconfitta della società contemporanea. Un film di crimini sì, ma soprattutto di uomini e donne, così contrapposti nelle loro visioni del mondo, eppure così invischiati nelle stesse trame che lo muovono. Steve McQueen riesce ad essere intimista e delicato narratore dei personaggi e delle loro ferite, e allo stesso tempo racconta il contesto senza paura di essere politico con uno stile che fa del suo essere black un vessillo. Qui va fatta una precisazione. Per fare un film politico non c’è bisogno che si parli della politica in sé (anche se in questo caso c’è eccome). Semplicemente non può diventare il centro dell’attenzione della narrazione.

In questo caso la storia mette al centro proprio queste vedove. Loro malgrado saranno costrette a organizzare una rapina per recuperare dei soldi. I loro compagni sono morti infatti rubando un’ingente somma a un candidato per nulla pulito delle future elezioni del distretto 19 di Chicago. Sì, c’è della politica nel racconto, siamo d’accordo. Il punto è che McQueen arricchisce la narrazione con delle forti tinte politiche che con la politica in sé non hanno a che fare. Ed è questa la grande forza del cinema di genere, poter parlare di altro da sé!

L’intreccio in sé è poi molto interessante come di consueto per un buon thriller e vi terrà inchiodati alle poltrone fino al delicatissimo finale.

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Il cast è mostruoso, con alla guida la solita eccezionale Viola Davis, qui in grado di gestire perfettamente la grande forza e debolezza del personaggio di Veronica. E sono spettacolari anche Michelle RodriguezElizabeth DebickiCynthia Erivo, ognuna a modo suo, dipingendo donne molto diverse fra loro eppure alle prese con gli stessi dolori e difficoltà. È un film quello scritto dalla coppia McQueen/Flynn fatto di dicotomie e contrasti. Le vedove e gli affari loschi dei loro defunti mariti; il vecchio politico corrotto e traffichino Robert DuvallColin Farrell, suo figlio neo candidato alla ricerca di una separazione dalla figura paterna; la speranza nera (in tutti i sensi) rappresentata da Jamal (Brian Tyree Henry) e la cruda realtà e brutalità di suo fratello Jatemme. A tal proposito ho una domanda retorica per voi: ma quanto è bravo Daniel Kaluuya???

L’attore rivelazione di Black MirrorGet outqui mostra i muscoli con un’interpretazione perfetta, viscerale, brutalmente vera e intensa.

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Insomma se non l’aveste capito questo film mi è piaciuto un casino. Il connubio McQueen/Flynn (o verrebbe da dire contrasto a questo punto) ci ha regalato un grande thriller che non ha paura di raccontare l’anima e allo stesso tempo il mondo dei personaggi e della sua storia. Un grande film politico e di genere da prendere a esempio. E come tutte le grandi storie nasce dai contrasti.

E qui la videorecensione.

Recensione - Animali fantastici: i crimini di Grindelwald

Il secondo capitolo della saga prequel dell’universo di Harry Potter segue pedissequamente l’esempio della sua prima parte. Il film è una divertente avventura a suon di nostalgia e nuovi elementi del mondo scritto (e sceneggiato) da Jk Rowling, la quale gioca con La Storia, proponendoci scenari per certi versi ucronici. Torna ovviamente Eddie Redmaynenei panni del protagonista Newt Scamander e tutto il cast di comprimari a cui inevitabilmente ci siamo già affezionati. Fanno in questo capitolo la loro comparsa però dei nuovi personaggi molto interessanti e volti noti in vesti nuove. Se infatti il villain del titolo è affidato a quel solito trasformista Johnny Depp, fa il suo esordio nei panni di un giovane Albus Silente un Jude Lawcarismatico come non mai (il che per uno come lui è tutto dire).

Ma perché quell’occhio?

Ma perché quell’occhio?

Va detto che esattamente come per il primo capitolo, qui le cose che funzionano non riguardano la trama. Purtroppo la storia procede in maniera balbettante e poco incisiva, quasi incapace di trovare lo spunto giusto e innovativo. Ed è un vero peccato, perché tutti i ghirigori e i dettagli di questa saga sono la sua vera forza. Su tutti proprio quegli “Animali Fantastici” che il nostro Newt ama e protegge più di ogni altra cosa. Sì, ve lo starete chiedendo e non disperate, lo Snaso è tornato e non è da solo! L’originalità e la fantasia dei design delle creature è stupefacente e tiene incollati allo schermo.

Si torna ad Hogwarts?!

Si torna ad Hogwarts?!

Nel concludere la trama però, il film fa un balzo netto in avanti e con un’enorme rivelazione, pone le basi per il vero inizio di questa saga. È davvero una sensazione strana quella che mi porto dietro dall’uscita della sala. Sono tornato per gli stessi motivi che mi portarono a vedere il primo, ovvero la tanta nostalgia del mondo dei maghetti che mi hanno cresciuto e la voglia di qualcosa di nuovo e me ne vado con la stessa speranza. L’intera saga sa tanto di un enorme fan service, ma se questo è lo scotto da pagare per vivere le avventure di Newt e conoscere creature come lo Snaso, il Kelpie, il Leucrotta, i Matagot e il mio nuovo preferito (scusami Snaso, non è vero, posso spiegarti) lo Zouwu, allora ne vale la pena.

Il cast si arricchisce. Attori fantastici e dove trovarli? Qui! Videorecensione

Recensione - Notti magiche di Paolo Virzì

Notti magiche è il nuovo bellissimo film di Paolo Virzì che ho avuto il piacere di vedere in questi giorni. Il film racconta la storia dell’incontro nella Roma del grande cinema italiano tra tre giovani sceneggiatori, finalisti del premio Solinas, prestigiosa competizione di sceneggiatura che si disputa ancora tutt’oggi. I tre aspiranti autori sono diversissimi tra loro e rappresentano al meglio quella che era e forse è ancora l’Italia. Il film ha infatti il grande merito di essere ovviamente un divertente spaccato della realtà cinematografica dell’epoca, la magica estate in cui si disputarono i Mondiali di calcio in Italia, ma è di fatto un’istantanea di che cos’era quel paese. Un’Italia non poi tanto dissimile da quella attuale.

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I nostri protagonisti vengono immersi in un mondo d’elite, fatto di grandi autori, registi dimenticati, produttori senza scrupoli, vecchi dissapori, in un continuo contrasto tra la loro giovinezza e il decadente vecchiume che li circonda, ma che purtroppo li governa. Virzì ha dalla sua uno stile impeccabile che ci restituisce dei personaggi mai accantonabili ad un primo sguardo e sempre interessanti da scoprire. Così, andando avanti nella trama, scopriamo le mille sfaccettature dei nostri protagonisti e del mondo che li circonda e che sembra quasi volersi cibare della loro giovinezza. I tre ragazzi scopriranno a modo loro cosa si nasconde dietro al sogno che stanno inseguendo e si cacceranno in situazioni divertenti e piene di brio, condite da spasmi di una vitalità irresistibile.

Sarà la loro stessa vitalità, il loro impeto a impedirgli di capire davvero cosa gli accade intorno. La loro giovinezza e pulsione di vita che gli si rivolta contro impedendogli di fare il proprio mestiere a dovere, come gli rimprovera il capitano dei carabinieri (Paolo Sassanelli) che li interrogherà: <<volete fare gli sceneggiatori e non sapete fare gli spettatori>>. Si troveranno infatti coinvolti nella morte di un produttore influente e nel raccontare la loro versione dei fatti si dipanerà tutta la trama del film.

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Onnipresente è il contrasto tra la giovinezza e la vecchiaia, tra i nuovi arrivati carichi di talento e iniziativa e i vecchi maestri, ormai dei ruderi che, cito, “non hanno voglia di fare un cazzo”. Significativo in questo senso il fatto che i tre vengano sospettati per la morte del noto produttore (uno strepitoso Giancarlo Giannini), come a dire che la morte del cinema italiano sia avvenuta per mano dei giovani. Una paura questa che si potrebbe adattare a qualsiasi contesto di questo nostro paese che ha sempre avuto una grande paura di cambiare.

E allora applausi e un grazie a Paolo Virzì, eclettico regista che ci sta regalando pellicole sempre interessanti e vere, che raccontano il Paese come i grandi maestri sapevano fare, ma con lo sguardo rivolto al futuro. Se poi lo fa presentandoci anche dei giovani attori così in gamba, allora gli dobbiamo come minimo una visione, se non due.

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Ci tengo in chiusura a sottolineare come il film sia disseminato di omaggi più o meno diretti al nostro campione Federico Fellini, con un garbo e uno stile che non tutti possono permettersi. Che Grande Bellezza! (pun intended)

La morte del cinema italiano dipende dalle giovani leve? La videorecensione per Unici Magazine

Recensione - Soldado di Stefano Sollima

Soldado è un film tosto, un continuo pugno nello stomaco che segna il debutto americano di Stefano Sollima.

Da  Sicario…

Da Sicario…

Le caratteristiche del regista qui vengono esaltate sia dai mezzi a disposizione che da un cast eccezionale. Josh Brolin è ormai in grado di recitare e dire tantissimo anche stando semplicemente fermo in silenzio e con Benicio del Toro formano una coppia di vere e proprie maschere del cinema americano i cui volti raccontano tutto della storia. A Catherine Keener è poi affidato forse il ruolo più tosto, sottolineato da una frase agghiacciante che riassume perfettamente l’intero film.

Così come per Sicario, il bellissimo primo capitolo di Denis Villeneuve del 2015, questo sequel è una pellicola di confine, di sfumature sempre più impercettibili tra bene e male. Sollima è un espertissimo osservatore esterno e lascia ai suoi personaggi il compito di tenerci fermi a guardare, perché DOBBIAMO VEDERE il mondo che abbiamo contribuito a creare.

Un insieme di terribili relazioni criminali impensabili per noi poveri ignari spettatori. Terrorismo, immigrazione clandestina, droga, Sollima con l’aiuto di Taylor Sheridan, ormai re indiscusso del noir e del poliziesco americano e già sceneggiatore di Sicario, descrive con minuzia di particolari attraverso lo scorrere della trama i meccanismi di questo universo criminale che poi tanto lontano da noi non è.

Come per Gomorra - La serie (la prima stagione, sia chiaro) ciò che viene fuori è un mondo senza speranza e umanità, ma per chi sta attendo ci si accorge che proprio come per quella serie, questa sentenza riguarda soprattutto chi decide di vivere nel crimine.

Succede infine che quella stessa Umanità messa alle corde, mutilata, torturata e ridotta a una pozza di sangue, riesca comunque a resistere e a dimostrarsi più forte dei giorni da Soldati, days of Soldado, titolo originale della pellicola.

Nel finale una rassicurazione sul futuro e a questo punto attesissimo sequel.

…a  Soldado.

…a Soldado.

Recensione - A Star is born di e con Bradley Cooper

Remake di un leggendario remake che rese celebre Barbra Streinsand, questo film ha tutte le caratteristiche del classico moderno.

Si tratta di un genere di pellicola come non se ne vedono da tempo. È a tutti gli effetti un dramma romantico declinato in musica, ma ha quel potere che solo i grandi film hanno ovvero di poter trascendere la propria natura. In tal senso l’operazione di casting dice già tutto. Come facilmente intuibile ci troviamo davanti a un film costruito per esaltare la figura della sua protagonista.

Lady Gaga, al secolo Stefani Germanotta, non è nuova a ruoli d’attrice. Il più noto sicuramente è quello in American Horror Story: Hotel, per il quale si è aggiudicata addirittura un Golden Globe. E di premi e riconoscimenti la cantante ne è già piena, ma questa volta l’intera operazione sembra puntare dritto verso una sua candidatura agli Oscar. La domanda di tutti, cinefili o meno, è: se lo merita davvero?

La sua è un’interpretazione sicuramente maiuscola, impreziosita da ciò che le viene meglio, ovvero le varie performance musicali e in più va detto che la trama la porta quasi a rivivere la sua stessa carriera, quindi a vestire abiti comodi. Purtroppo nel nostro italico caso la sua interpretazione è stata martoriata da un doppiaggio scialbo. In sintesi una sì grande interpretazione, ma che più che interessare discorsi in termini di premi mi fa pensare al titolo e quindi ci auguriamo di aver scoperto in Lady Gaga una nuova stella del cinema. Ma potremmo dire che le stelle ad essere nate in questo caso sono due.

La prima regia di Bradley Cooper ci ha fatto scoprire un cineasta attento, delicato, viscerale e molto fisico, in grado di muovere la macchina da presa con estrema dimestichezza e capace di gestire i toni di una vicenda così piena e densa. A volte forse esagera nella ricerca di una composizione simmetrica, ma possiamo perdonarlo. Va anche sottolineato come tutto questo venga accompagnato dalla sua più grande interpretazione da attore. Un doppio ruolo, doppia responsabilità, doppia difficoltà e quindi una vittoria che vale doppio.

Il film è una storia calda e fredda allo stesso tempo e Cooper da bravo medico segue con sagacia la temperatura dell’intreccio restituendoci una storia tutto sommato lineare, senza colpi di scena, ma con una grande attenzione al come viene raccontata.

Poi che dire, abbiamo scoperto anche un rocker niente male! Un chitarrista dannato, ma dallo sguardo e dall’animo dolcissimo.

Due talenti quelli Jackson e Ally che si riconoscono e si rincorrono per tutta la storia, ma senza troppi intoppi o per lo meno non esterni. Che la nascita di una stella costringa un’altra ad eclissarsi? Come al solito il cinema e il mondo dell’entertainment americano riflettono su loro stessi e lo fanno alla grande grazie alla loro formula segreta sperimentata in un secolo di grandissima narrazione a suon di metafora. Riflette Lady Gaga sul suo percorso artistico in parallelo a quello di Ally, riflette Cooper sul passaggio alla regia in funzione di un’altra star. Riflettiamo soprattuto noi su cosa ci sia dietro alla fama e il talento e sul loro significato, in un mondo di talent buttati a caso e di celebrità usa e getta.

Un film molto retrò per i contenuti eppure così attuale. Bravi loro a capire il momento e a riproporci questa storia senza tempo. Emozionarsi in una sala gremita di domenica pomeriggio. Godersi il racconto senza farsi troppe domande, ma lasciandosi trasportare da questo inedito Bradley Cooper febrile e rockeggiante. Infine capitolare davanti a quel primo piano di Gaga e capire che abbiamo assistito a un film, una storia, un’opera come non se ne vedevano da tempo. E se sarà un classico, solo il tempo potrà dircelo.


Brandley cooper febbrile e rockeggiante. A Star is Born un classico moderno. Lady Gaga punta all'Oscar: ma se lo merita davvero? Ecco la videorecensione.

Recensione - Venom di Ruben Fleischer

La critica l’ha massacrato, il pubblico sembra invece apprezzarlo.

Oggi a Tra il Bianco e il Nero vi parlerò di Venom di Ruben Fleischer.

Questo film ha come il suo protagonista un problema di adattamento. In lui albergano due nature che faticano a coesistere. Da una parte vorrebbe essere un film sulle origini dark di un personaggio altrettanto dark. Allo stesso tempo ci si rende conto che quel mostro però è terribilmente divertente. Nel cercare di compiere entrambi i compiti riesce soprattutto nel secondo. Quando spinge sull’acceleratore del trash, del divertimento e dell’assurdo, Venom intrattiene alla grande.

La performance di Tom Hardy è anch’essa scissa in due insieme all’animo del personaggio e viaggia però in direzione opposta. Diciamo che si tratta anche di abitudine, per cui vedere il nostro Tom che fa le smorfiette fa un po’ strano. Quando infatti subentra la sua co-star, il simbionte alieno Venom, il personaggio di Eddie Brock diventa di un impacciato a volte un po’ ridicolo. Per fortuna ci pensa il nostro mostro linguacciuto a divertirci.

Sugli altri protagonisti poco da dire, sono entrambi poco azzeccati. Riz Ahmed è un cattivo davvero impalpabile e poco minaccioso, mentre Michelle Williams appare un po’ ingessata.

Il punto è: ma cosa ci aspettiamo da un film del genere?

Venom è una pellicola fracassona che non conosce mezze misure e che di contrasto, secondo il mio modestissimo parere, andrebbe giudicato con un po’ più mediazione.

Il rapporto tra Eddie e il suo “parassita” è divertente e lo è in una maniera diversa rispetto allo stile Marvel Studios. Forse le battute in sé potevano prendere spunto da quello stile più collaudato, per una maggiore efficacia, ma Venom semplicemente SE NE FOTTE!

Fosse il 2007 l’avremmo presa molto più alla leggera, ma purtroppo questa è l’epoca che viviamo…

Il film per altro sembra uscito proprio da quel periodo e ha un gusto datato per l’action. La mia tanto odiata CGI qui sembra essere stata programmata proprio 10 anni fa, il che per un film che ne fa un così largo uso rappresenta una pecca dura da mandare giù.

Però sapete una cosa? Venom è un ragazzo semplice e tamarro che mi ha rubato il cuore. Uno che ammette di essere “buono” solo per poter staccare la testa a morsi ai “cattivi” e per poter dominare poi su un pianeta come la terra, abitato a sua detta (confermiamo) da imbecilli. Uno così, uno che non ha problemi ad definirsi uno sfigato, avrà sempre la mia stima.

Pensate che figata quando darà dello stronzo fumante a quel pucciosissimo nuovo spiderman! Cosa farà allora il nostro Tom Holland?

<<Ehi, amico, quella non è una bella parola. Cosa credi, di essere in un film vietato ai minori?>>

E indovinate un po’? Il nostro Venom, se ne FOTTERÀ!


Francesco ha recensito Venom per Unici Magazine!